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Eschimesi a Strasburgo difendono la caccia alla foca: “Per gli Inuit significa sopravvivenza”

L’affermazione è impegnativa: “Basta con le bugie, la caccia alla foca è al 100% ecologicamente sostenibile e autorizzata dalla legge”. A sostenerlo, un gruppo di esquimesi che in delegazione hanno raggiunto la sede del Parlamento europea a Strasburgo. E, offrendo ai passanti barbecue di carne di foca, hanno ribadito che per questi animali non c’è alcun rischio di estinzione.
Su posizioni diametralmente opposte le associazioni animaliste come la Lav, che sul proprio sito ricorda quanto, secondo l’ultima rilevazione Eurispes “Rapporto Italia 2015”, gli italiani siano contrari all’uccisione di animali per la produzione di pellicce: ben il 90,7% nel 2015, in crescita dall’83% del 2011. O come l’Enpa, che ancora un anno fa dava appuntamento ai propri sostenitori davanti all’ambasciata romana del Canada per protestare contro la caccia alle foche.
“L’Europa quindi intervenga – hanno chiesto gli Inuit a Strasburgo – per salvare il mercato da una crisi verticale che va avanti da anni e sta mettendo in difficoltà l’economia di una vasta comunità”. Queste le parole d’ordine di un piccolo gruppo di esquimesi, che giunti dalla lontana Groenlandia oggi hanno protestato fuori dalla sede del Parlamento di Strasburgo per difendere la caccia alla foca, un’attività fondamentale per la loro sopravvivenza. Un piccolo sit-in arricchito da uno stand gastronomico, con tanto di offerta di fegato di foca alla griglia, e qualche performance di canzoni tipiche della zona. Secondo questa campagna, l’ammontare totale delle foche cacciate in un anno è pari a circa 200mila esemplari, su una popolazione totale di oltre 12 milioni.
Le popolazioni Inuit indigene sono rimaste le uniche a poter catturare la foca, a patto di ridurre al minimo le sofferenze nella fase di caccia. Questo dopo i blocchi della caccia e della commercializzazione dei prodotti derivati messi in atto dalla Comunità europea nel 2009, anche se fino all’anno scorso le campagne sono continuate, tra proteste e ricorsi alla World Trade Organization, in Canada e Norvegia.
“Gruppi di biologi marini – è un’altra delle affermazioni fatte a Strasburgo – stimano che la caccia potrebbe anche triplicare, senza avere alcun impatto sull’ecosistema”. Gli Inuit ricordano che tutta l’economia della Groenlandia e la stessa vita dei loro abitanti dipende in larga parte dalla caccia della foca: in quel Paese i prezzi al consumo dei beni di prima necessità sono più alti di circa il 30% rispetto alla media europea. Solo nelle regioni meridionali del Paese è possibile coltivare qualcosa, ma nella stragrande maggioranza dei villaggi nelle altre zone, le persone vivono grazie alle foche che cacciano loro stessi.
Il mercato delle pelli di foca, secondo i dati pubblicati dalla Humane Society International, è entrato in crisi dopo che Federazione Russa, Kazakistan e Bielorussia si sono unite all’Europa mettendo al bando le pellicce di foca. “La fine del grande commercio internazionale dei prodotti di foca – ha ricordato la Lav sul proprio sito nella sezione “Non lo sapevo” – è stata quando la Cina ha sospeso gli accordi con il Canada per eventuali importazioni di carne di foca”. Ma le sofferenze continuano. Rebecca Aidworth, direttore esecutivo della Hsi, ha di recente sorvolato in elicottero le zone della caccia alla foca nel Canada nordorientale testimoniando le crudeltà (sempre negate) nei confronti dei cuccioli in fase di cattura, colpiti a più riprese con fucili prima e arpioni poi, e finiti a bastonate.