Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Animali e ricerca, la Ue accusa l’Italia: “Norme troppo restrittive” – Le posizioni di animalisti e scienziati a confronto

A three-week-old house mouse is pictured on/in an animal cage in the research lab of Bret Payseur, assistant professor of genetics and zoology, in the Genetics-Biotechnology Center Building at the University of Wisconsin-Madison on March 31, 2010. Payseur's team uses mice to study the causes and consequences of genetic variation within and between animal species. ©UW-Madison University Communications 608/262-0067 Photo by: Jeff Miller Date: 03/10 File#: NIKON D3 digital frame 9899

L’Italia ha una legge più restrittiva rispetto a quella europea sull’uso degli animali per scopi scientifici. Di qui la decisione di Bruxelles di aprire una procedura d’infrazione, con l’invio di una lettera di messa in mora, che rappresenta il primo passo ufficiale della Commissione Ue. A protestare contro le regole nazionali sono stati soprattutto gli enti di ricerca che si ritengono penalizzati rispetto a quelli degli altri Stati membri e hanno più volte segnalato le eccessive limitazioni alla loro attività alla Commissione europea. L’Italia ha due mesi di tempo per rispondere, ma per risolvere la procedura è chiaro che sarà necessario rendere pienamente conforme l’ambito di applicazione della legge italiana con quanto previsto dalla direttiva europea, meno stringente sulla possibilità di effettuare sperimentazioni sugli animali. Una questione che divide nettamente chi ama gli animali “senza se e senza ma” e chi ha una posizione meno ideologica e più razionale. Di seguito, le posizioni di animalisti, scienziati ed esponenti politici di entrambi gli orientamenti in ordine di arrivo.
+++
GLI ANIMALISTI
LAV
“Supporteremo il governo italiano nella difesa del decreto legislativo 26/2014, contestato perché più restrittivo rispetto alla Direttiva europea”, ha dichiarato il presidente della Lav (Lega Antivivisezione) Gianluca Felicetti, commentanto la notizia della messa in mora. “Se l’Ue avesse voluto una normativa identica in tutti i Paesi, avrebbe avuto dovuto emanare un Regolamento – spiega Felicetti – invece, in questo caso si tratta di una Direttiva che, quindi, dà modo a ogni Stato membro di poter essere più restrittivo, anche in ossequio all’art.13 del Trattato di Lisbona che ha inserito la tutela degli animali come esseri senzienti”. In Italia sono quasi 780mila gli animali usati in laboratorio, utilizzati per testare farmaci, prodotti chimici, pesticidi, detersivi e non solo (Gazzetta Ufficiale giugno 2015). Un dato numerico sottostimato, secondo la Lav (Lega Antivivisezione), perché frutto di autocertificazioni e perché nelle statistiche degli animali «da laboratorio» non rientrano invertebrati, embrioni, feti e animali utilizzati già soppressi. Sono utilizzati come cavie da laboratorio cani, cavalli, ratti, topi, mucche, maiali, pecore, piccioni, furetti, rettili, pesci, uccelli, provenienti da allevamenti o catturati in natura, come il 56% dei primati. Topi e ratti sono le specie più usate per la vivisezione. Da alcuni anni è in aumento il ricorso alle scimmie, sia ceboidea che cercopothecoidea, nonostante il loro uso sia regolamentato dalla normativa italiana in modo fortemente restrittivo. Stando a quanto emerso dal Rapporto Italia 2016 dell’Eurispes, l’80,7% degli italiani è contrario alla vivisezione (-7% rispetto al 2015).
ENPA

«A quei ricercatori che tanto si lamentano per una presunta inadeguatezza della nostra legge sulla sperimentazione animale e che oggi si possono compiacere per la messa in mora del nostro Paese, chiediamo di voltare pagina: a costoro chiediamo cioè di abbandonare pratiche ottocentesche mai validate scientificamente e di seguire l’esempio dei loro colleghi, soprattutto americani, i quali hanno messo a punto modelli alternativi molto più efficaci e scientificamente molto più avanzati rispetto a quelli che prevedono l’utilizzo di animali», lo dichiara l’Ente Nazionale Protezione Animali che, con l’occasione, ricorda come la stragrande maggioranza degli italiani sia contraria alle pratiche dei test sugli esseri senzienti non umani. Il vero problema non è se la nostra legge sia più o meno severa restrittiva rispetto alle norme di altri Paesi UE, anche perché altrimenti l’Europa avrebbe scelto lo strumento del regolamento e non certo quello della direttiva. Il vero nodo è rappresentato dai finanziamenti alla ricerca “cruelty free”. «La nostra storia, più e meno recente, è costellata di casi in cui farmaci ritenuti inizialmente utili alla salute umana, si sono poi dimostrati molto pericolosi, con conseguente ritiro dal commercio. Eppure, si trattava di farmaci testati sugli animali, che, quindi, avrebbero dovuto essere assolutamente sicuri. Invece, come già sta accedendo in alcun ambiti di ricerca, dobbiamo prendere atto che sperimentare su esseri viventi geneticamente e biologicamente diversi dall’uomo è una strategia perdente non solo da un punto di vista etico ma scientifico, medico ed economico. Chi in questi anni sta investendo nella ricerca “cruelty free” sta guadagnando un vantaggio competitivo e non ci stupiremmo se in un prossimo futuro le aziende farmaceutiche “no test” dovessero soppiantare quelle ancora legate alla vivisezione». D’altro canto, nella nostra storia c’è anche un’altra ricca casistica: quella di aziende e istituti di ricerca scomparsi dal mercato per l’incapacità di leggere, cogliere e comprendere le rivoluzioni scientifiche in atto.

MICHELA VITTORIA BRAMBILLA

La decisione della Commissione europea sull’utilizzo degli animali per scopi scientifici, “com’è già accaduto altre volte, non tiene in alcuna considerazione, su una questione di elevato spessore etico, né la sensibilità dell’opinione pubblica italiana né la volontà del Parlamento che ad essa ha liberamente dato voce”. Così Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commenta la lettera di costituzione in mora inviata all’Italia per l’applicazione “troppo restrittiva” della direttiva europea 63/2010 sull’utilizzazione degli animali per scopi scientifici. “Del resto – prosegue Brambilla – era già stata più che deludente, nel giugno scorso, la risposta data dalla Commissione all’iniziativa dei cittadini Stop Vivisection: un sostanziale ‘no’ su tutti fronti a 1.173.130 firme di cittadini europei, di cui 690.325 raccolte in Italia, che sostenevano la proposta di un quadro legislativo volto ad eliminare la sperimentazione animale nell’Unione. A questo punto è chiaro quale voce Bruxelles preferisca ascoltare”. Ora, “premesso che le infrazioni aperte sono un’ottantina – sottolinea l’ex ministro – mi auguro che il premier Renzi difenda con convinzione la deliberazione del Parlamento e non voglia chinare ancora una volta il capo davanti ai tecnocrati di Bruxelles per sostenere un testo europeo che apre la strada alla sperimentazione sui cani e i gatti randagi e che cancellerebbe l’introdotto divieto di allevamento di cani e gatti destinati alla sperimentazione permettendo la riapertura di Green Hill. Com’è noto, ho scritto quella norma quando ero ancora ministro, l’ho difesa con fermezza e ho lavorato in due legislature per portarla all’approvazione: mi batterò fino in fondo perché non sia cancellata”, conclude Brambilla.

LOREDANA DE PETRIS

«La nuova procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia relativa alla legge per la protezione degli animali utilizzati a fine scientifici, e’ grave perche’ chiaramente avviata sotto pressione delle potentissime lobby delle societa’ farmaceutiche». Lo afferma in una nota la senatrice di Sinistra Italiana – SEL, Loredana De Petris, Presidente del gruppo Misto. «I limiti che sono stati introdotti nel recepimento della direttiva sono lievi, rispetto peraltro a quelle votate dal Parlamento, e sono norme che mirano a limitare la crudelta’ nei confronti degli animali e a incentivare metodi di ricerca e sperimentazione alternativi. Disposizioni che rappresentano anzi- conclude De Petris- una valida base per una legge realmente migliorativa per i quasi 900mila animali utilizzati ogni anno in Italia».
+++
GLI SCIENZIATI
GIUSEPPE REMUZZI
Per lo scienziato italiano Giuseppe Remuzzi, nefrologo dell’Istituto Mario Negri e dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, “in Europa conoscono molto bene le regole della ricerca scientifica e sanno esattamente cosa si può fare con gli animali. Senza questo tipo di sperimentazione non si può fare quasi nulla per portare un farmaco in farmacia. Si fermerebbero tutti gli studi straordinari che ci sono oggi per terapie diventate davvero salvavita. Ma ormai si prova empatia solo con i topi”, dice con amarezza. “Siamo in una fase – riflette – in cui davvero stanno vedendo la luce tante terapie innovative che guariscono letteralmente le persone da gravi patologie come leucemie e certe malattie rare. Nulla di tutto questo si sarebbe potuto fare senza animali. E a fronte di tutto ciò, il problema è che usiamo troppi ratti? Semmai sarà un problema per il sindaco di una città come Roma se si volesse lasciarli girare tranquilli”, è la provocazione dello scienziato. Remuzzi non nega che sia necessario limitare disagi e sofferenze inutili per le “cavie”: “Sono il primo a pensare che gli animali debbano essere trattati benissimo”, conclude, ma se “l’ideologia porta al punto di dire che una zanzara è uguale a un bambino, a mettere tutto sullo stesso piano, allora io mi fermo, non ho più argomenti”.
ELENA CATTANEO
«La notizia della messa in mora dell’Italia da parte della Commissione europea rispetto al decreto legislativo 26/2014, è una opportunità per il Paese, Governo e Parlamento in primis, perché si riporti a razionalità la disciplina della sperimentazione animale in Italia». Così la senatrice a vita Elena Cattaneo commenta la decisione presa dalla Ue per i troppi limiti ai test animali. «Che vi fossero limiti impropri nella legge approvata – afferma la scienziata in una nota – era tanto palese che già la Commissione Sanità del Senato chiedeva al Governo di valutare attentamente – prima di emanare quel decreto legislativo – se `i divieti previsti fossero conformi all’articolo 2 della direttiva e, quindi, agli articoli 76 e 117, comma primo della Costituzione, dal momento che sembravano costituire normative più restrittive rispetto alla direttiva, introdotte successivamente alla data del 9 novembre 2010´». Per la Cattaneo, «quel che la Commissione Sanità esprimeva con formula dubitativa è di una evidenza solare, tanto da essere stato segnalato – spiega – alla Commissione europea da decine di scienziati e cittadini, iniziative che hanno portato alla scelta doverosa di oggi dell’Unione europea. Per scongiurare sul nascere ogni ipotesi di ulteriore condanna dell’Italia in sede europea, il Parlamento italiano ha l’opportunità, nella Legge europea 2015 in discussione, strumento legislativo annuale `salva-infrazioni´, di approvare un emendamento che elimini i divieti illegittimi contestati. È doveroso farlo prima ancora che per ragioni legali, per consentire ai ricercatori italiani – sottolinea – di competere con pari possibilità e dignità con i colleghi europei. Ed è doveroso farlo per una libera ricerca che studia ogni giorno per dare nuove opportunità di cura e conoscenza».
SILVIO GARATTINI
La legge italiana che impone alla sperimentazione animale paletti troppo severi «va cambiata al più presto, perché come abbiamo spiegato più volte fa male alla nostra ricerca. Ci mette in una condizione di difficoltà a collaborare con gruppi stranieri e a presentare domande per ottenere fondi, impedendoci quindi di essere competitivi con gli altri Paesi». Silvio Garattini, direttore dell’Irccs Istituto farmacologico Mario Negri di Milano, commenta così la messa in mora dell’Italia da parte dell’Unione europea per regole troppo restrittive alla sperimentazione animale, primo stadio della procedura di infrazione. «E’ successo quello che noi scienziati avevamo previsto – afferma Garattini – L’articolo 2 della direttiva europea in materia dice che le legislazioni dei Paesi membri non possono essere più restrittive rispetto alla direttiva stessa, invece la normativa italiana lo è». La direttiva 2010/63/Eu «vuole infatti fare in modo che nei vari Paesi vi sia pari opportunità di ricerca», mentre per il farmacologo il decreto legislativo 26/2014 varato dall’Italia va nella direzione opposta. «Si parla tanto di ricerca, di volerla promuovere e potenziare – incalza Garattini – ma poi si mettono mille barriere come questa, che di fatto rappresentano un ostacolo alla nostra competitività a livello internazionale». «In passato abbiamo più volte segnalato al ministero della Salute la necessità di apportare opportune correzioni alla legge italiana», ricorda Garattini che con il Gruppo 2003 è sempre stato in prima linea in questa battaglia. «Ora torniamo a chiederlo: non possiamo che sperare vivamente che la legge venga cambiata al più presto, così da riprendere subito un cammino scientifico il più possibile in armonia con gli altri Paesi». Fra l’altro, conclude lo scienziato, «mi sembrerebbe molto strano se con le difficoltà economiche che abbiamo ci dovessimo trovare anche a pagare infrazioni».
EMILIA GRAZIA DE BIASI (COMM. SANITA’ SENATO)
«Non posso che esprimere la speranza che l’Italia si adegui finalmente alle regole europee poiché la moratoria in atto non ha riscontro in nessun paese d’Europa. Mi auguro che la risposta alla procedura di infrazione della Ue arrivi rapidamente e così riconosca il giusto ruolo alla ricerca e ai ricercatori italiani fin troppo penalizzati da regole che non hanno più senso». A sostenerlo è Emilia Grazia De Biasi, Presidente della Commissione Sanità del Senato. Si tratta, puntualizza la senatrice, di «un tema centrale per l’Italia come ho avuto modo di dire più volte e di rimarcare anche ieri agli Stati generali della Ricerca». Insomma, conclude De Biasi, «i nuovi cospicui finanziamenti previsti e nuove regole sono una grande occasione per il Paese, per la ricerca e, in particolare quella biomedica, per riallacciare il rapporto fra istituzioni, scienza e innovazione».
PAOLA BINETTI
«Mentre si concludono gli Stati Generali della Ricerca con una serie di importanti impegni assunti dal Ministro Lorenzin sulla valorizzazione dei giovani talenti italiani in un’area cosi’ delicata per la tutela della salute, ci arriva una nuova procedura di infrazione da parte della Commissione Europea. L’Italia viene messa in mora, primo stadio della procedura di infrazione, perche’ la legge italiana, in particolare il decreto legislativo 26/2014, pone dei limiti eccessivi all’utilizzo degli animali per scopi scientifici, rispetto a quanto viene consentito dalla direttiva 2010/63/Eu. E’ una osservazione fatta anche da molti enti di ricerca italiani, penalizzati rispetto agli enti di ricerca degli altri Stati membri, dove i limiti alla sperimentazione sugli animali sono piu’ ampi, ma comunque sempre conformi alle direttive europee». Lo afferma l’onorevole di Area popolare (Ncd-Udc) Paola Binetti, che continua: «La ricerca scientifica italiana ha imparato a ridurre, e di molto il ricorso ai modelli animali, rispettando criteri etici fondamentali, come per esempio quello di garantire le migliori condizioni possibili agli animali da esperimento, evitando loro qualsiasi tipo di sofferenza. Ma la ricerca, giunta ad un determinato punto di sviluppo, non puo’ fare a meno di loro ed e’ importante che ci sia una campagna di informazione corretta che evidenzi non solo il rigore scientifico di una serie di protocolli di ricerca, ma anche la qualita’ della relazione che si stabilisce tra ricercatori ed animali da laboratorio”, conclude la Binetti.
RESEARCH4LIFE
«La messa in mora dell’Italia sul tema del recepimento della Direttiva europea sulla protezione degli animali a fini scientifici è una notizia che accogliamo positivamente, nella speranza che il nostro Paese si allinei finalmente alla normativa europea. E’ giunto il momento di adottare le misure necessarie per un corretto recepimento della Direttiva, per superare questa condizione e contribuire a non vanificare quanto la ricerca scientifica italiana ha ottenuto fino ad oggi e quanto ancora può ottenere». E’ la posizione di Research4Life, prima iniziativa di `science advocacy´ in Italia, che raggruppa, ospedali, enti di ricerca, associazioni di pazienti e organizzazioni non profit. «Le restrizioni introdotte con il decreto legislativo numero 26 del 2014 – si legge nella nota – rischiano di penalizzare pesantemente la ricerca preclinica italiana, allontanandoci ancora di più dai Paesi avanzati che, in controtendenza rispetto a noi, stanno significativamente investendo nella ricerca biomedica. Crediamo che la legislazione debba assicurare il giusto contemperamento tra due fondamentali esigenze: la protezione degli animali da esperimento e la necessità di garantire uguali condizioni tra le imprese e gli enti di ricerca degli Stati membri che lavorano con passione per scoprire nuove terapie». «Auspichiamo – conclude l’associaizone – che le istituzioni si attivino rapidamente per superare quest’impasse, adottando le dovute misure affinché le collaborazioni con altri ricercatori europei non si interrompano, l’accesso ai fondi comuni destinati alla ricerca non ci veda discriminati e perché non si giunga all’apertura della fase contenziosa per inadempimento degli obblighi comunitari».
ASS. LUCA COSCIONI
«La procedura di infrazione nei confronti dell’Italia sulla sperimentazione animale era inevitabile, visto che i limiti della normativa italiana sono più restrittivi di quelli fissati della direttiva Ue in materia. Speriamo che il Governo voglia cogliere questa occasione per modificare rapidamente la legge finita nel mirino della Commissione e liberare la ricerca italiana da limiti illegittimi che la ostacolano e danneggiano». Lo affermano in una nota Filomena Gallo, Gilberto Corbellini, Michele De Luca, Giulio Cossu e Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.
(Fonti: Ansa, Kronos, Aska, Dire)
  • patrizia agostini |

    è ora di finirla con la sperimentazione sugli animali, siamo proprio dei disumani

  Post Precedente
Post Successivo