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Nuova Zelanda, 140 balene pilota morte dopo uno spiaggiamento

AGGIORNAMENTO DEL 30 NOVEMBRE 2018 – ALTRO SPIAGGIAMENTO IN NUOVA ZELANDA

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POST ORIGINALE

Oltre 140 balene pilota, o globicefale, sono morte dopo essersi arenate in una spiaggia remota della Nuova Zelanda a Stewart Island, nella parte meridionale dell’isola del Sud. Il Dipartimento della Conservazione è stato allertato dello spiaggiamento sabato notte e metà delle balene erano già morte quando sono state trovate, ha detto il direttore delle operazioni del dipartimento Ren Leppens. “Purtroppo le probabilità di riportare in mare con successo le balene rimanenti erano estremamente basse”, ha detto Leppens. “La località remota, la mancanza di personale disponibile e le condizioni peggioranti dei cetacei hanno fatto sì che il trattamento più umano è stata l’eutanasia. Tuttavia è sempre una decisione straziante”, spiega Leppens, aggiungendo che in Nuova Zelanda di spiaggiamenti ne accadono parecchi. Quali possono essere le ragioni per quello che è successo?

UN FORTISSIMO SENSO DEL BRANCO PUO’ SPIEGARE LO SPIAGGIAMENTO

C’è un fortissimo senso del branco, tipico dei globicefali, dietro lo spiaggiamento, quando il capobranco perde l’orientamento e si spiaggia, gli altri membri lo seguono. E’ così che spiega l’accaduto la biologa marina Sabina Airoldi, della onlus Tethys, che studia i cetacei del Mediterraneo. “Il globicefalo è un grosso delfino, lungo 5-6 metri e pesante una tonnellata – commenta -. Vive in grossi branchi, da 40 a 400 individui, guidati da alcuni esemplari di riferimento, in genere femmine anziane. E’ una specie in cui il legame sociale è particolarmente forte. Se uno di questi capibranco finisce sulla riva, perché ha perso l’orientamento o è malato, gli altri lo seguono. Per questo i globicefali sono i cetacei che si spiaggiano più di frequente in massa”.

TRA LE POSSIBILI CAUSE I SONAR MILITARI, GLI AIRGUN E LE ACQUE BASSE

In Nuova Zelanda, spiega ancora Airoldi, “c’è poi il fenomeno delle ‘death trap’, trappole di morte. Sono delle baie in cui, per le caratteristiche del fondale, il sonar dei globicefali rimbalza in modo anomalo e li manda in confusione. Pensate a un branco di 200 animali che vanno nel panico. Se un capo finisce in acque basse o si spiaggia, gli altri lo seguono”. Salvare i globicefali spiaggiati è molto difficile: “Se ne riporti in acqua uno, mentre vai a prendere gli altri quello torna a riva dai suoi compagni – spiega la biologa -. Bisogna riportarne in mare contemporaneamente un gran numero, così da riformare il branco”. Anche l’uomo può contribuire allo spiaggiamento: “Rumori fortissimi come i sonar militari o le esplosioni per le ricerche petrolifere, gli airgun – dice Airoldi -, possono stordire i cetacei o lesionare gli organi interni. Così perdono l’orientamento e la corrente li spinge sulle spiagge”. (foto New Zealand Department of Conservation/Reuters)

  • Maria Pia |

    Non so spiegarmi come è possibile che questi, e anche altri animali diversi da questi, possano causare, non si sa bene il perché, la morte del proprio branco. E soprattutto non mi spiego perché non prevalga l’istinto di sopravvivenza o di conservazione della specie, mandando a morire anche i propri cuccioli. Queste balene sono le stesse che vengono uccise in massa non ricordo dove oltre che in Giappone. Considerando che già da sole provocano la propria morte, potrebbero gli “umani” evitare la mattanza?

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