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Brexit e animali: cosa potrebbe cambiare per quelli d’allevamento e per i selvatici

IN CODA GLI AGGIORNAMENTI

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POST ORIGINALE DEL 24 GIUGNO 2016

“B” come Brexit ma anche come Benessere animale. Nelle previsioni degli esperti, le due questioni sono strettamente legate, purtroppo in negativo: l’effetto Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea in seguito al voto del popolo britannico nel referendum di ieri, potrebbe essere disastroso per gli animali d’allevamento. Cosa può realmente accadere ai “farm animals” nel paese che per primo ha scritto norme (The Cruel Treatment of Cattle Act, 1822) per proteggere il loro benessere all’interno degli allevamenti? Sono le regole europee, spiegava il Guardian poche settimane fa, che hanno consentito a polli e maiali Uk di vedere migliorate le proprie condizioni, bandendo tra il 2012 e il 2013 le gabbie nelle batterie e aumentando gli spazi per le scrofe in allattamento. Ma non solo: decine di altre indicazioni made in Europe hanno reso meno indegna la breve esistenza degli animali allevati, trasportati, macellati in Gran Bretagna. Oggi che Brexit è diventata realtà, due sono gli scenari che si aprono sull'”animal welfare”: primo, la Gran Bretagna non sarebbe più obbligata a rispettare le future norme europee sui diritti degli animali d’allevamento. Secondo, le stesse vecchie regole potrebbero essere messe in discussione: il governo Cameron starebbe già lavorando a una “deregulatory agenda” sui questi temi. Il governo conservatore di Londra ha contrastato il progetto della Ue di porre limiti più severi alle emissioni in atmosfera e ha fatto lo stesso con il bando sui pesticidi che uccidono le api, poi imposto da Bruxelles. Un deputato europeo del Green Party, Keith Taylor, prima del referendum ha dichiarato a Vegan Life: “Se gli animali fossero chiamati alle urne, sceglierebbero di restare nell’Ue”. Anche per gli animali selvatici britannici si apre un periodo di incertezza, dopo il voto di ieri. Secondo Wildlife Trust, un’associazione patrocinata dalla Corona senza fine di lucro formata da una cinquantina di società locali, la fauna selvatica e l’insieme degli habitat beneficiano, grazie all’Ue, di una serie di tutele garantite dal più imponente corpo legislativo esistente al mondo in materia ambientale. “Con la Gran Bretagna membro della Ue sappiamo come stanno gli animali selvatici, ma dopo Brexit sarà ancora così?” si chiedeva il Wt pochi giorni fa.

Per saperne di più sul benessere degli animali d’allevamento cliccare qui e qui o utilizzare il motore di ricerca nell’home page di 24zampe.

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AGGIORNAMENTI DEL 28 GIUGNO 2016

BREXIT, ENPA: A RISCHIO LA LEGISLAZIONE IN DIFESA DEGLI ANIMALI

Non solo banche, multinazionali e borse valori. La Brexit rischia di fare un’altra vittima e le conseguenze stavolta potrebbero essere ancora più serie. Ad essere in pericolo nel Regno Unito, che pure ha una lunga tradizione protezionista, potrebbe essere proprio la legislazione in difesa degli animali, soprattutto di quelli detenuti negli allevamenti; legislazione che ha visto le istituzioni europee emanare norme estremamente avanzate che rappresentano oggi un modello per molti Paesi, Stati Uniti compresi. Dalla galline ovaiole ai box per le scrofe, passando per le tutele minime riconosciute agli animali negli allevamenti, nel trasporto e persino nella macellazione, le normative protezioniste, comunque ancora insufficienti, sono diventate con il tempo uno dei principali collanti dell’identità europea, ancor più della moneta unica. Norme, queste, che taluni vorrebbero smantellare o quanto meno attenuare in nome del libero scambio e dell’equivalenza normativa tra le due sponde dell’Atlantico, che, prevista dalla TTIP, farebbe arrivare sui mercati europei polli al cloro, bistecche agli ormoni, mais Ogm. Prodotti peraltro ottenuti ignorando le tutele degli animali negli allevamenti, molte delle quali sono negli Usa più deboli rispetto a quelle Europee. Insomma, con l’uscita dall’Unione, la Gran Bretagna potrebbe perdere questo ombrello protettivo, con ripercussioni potenzialmente devastanti per milioni di esseri senzienti non umani detenuti nelle strutture finalizzate alla produzione di carne. «Per ritrovare e ricostruire un senso di appartenenza condiviso dobbiamo ripartire proprio da quei valori che per oltre cinquant’anni hanno costituito le fondamenta dell’edificio europeo. Edificio che ha nella consapevolezza, nella sensibilità e nell’attenzione ai temi dell’ambiente e degli animali uno dei suoi muri portanti», spiega l’Enpa. «Se vogliamo evitare altri dolorosi e drammatici strappi – prosegue la Protezione animali – dobbiamo ripartire proprio da ciò che accomuna gli europei. E la tutela degli animali e dell’ambiente uniscono più della finanza e dell’economia. Le istituzioni europee capiscano quanto sono importanti questi valori e ascoltino finalmente la voce dei loro cittadini». (Comunicato)

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BREXIT, ANMVI: LA VETERINARIA EUROPEA RESTI UNITA

La notizia del risultato referendario pro-Brexit “ci preoccupa molto e seguiremo con grande attenzione l’impatto che avrà sulla professione e sulla legislazione veterinaria europea”. Marco Melosi, Presidente dell’Anmvi, associazione aderente ad organismi di rappresentanza professionale a Bruxelles, si dichiara “molto amareggiato dall’esito del referendum, che contraddice lo spirito unitario comunitario che caratterizza la veterinaria europea”. “Anche i Colleghi inglesi – dichiara Melosi – hanno lavorato alla produzione comunitaria di una legislazione corposa sulla sanità animale, una normativa sulla quale c’è ancora molto lavoro da fare per completarla e per attuarla. Penso alla nuova legge di sanità animale appena entrata in vigore, ai nuovi regolamenti sui medicinali veterinari, alle norme sull’uso responsabile degli antibiotici”, aggiunge Melosi, che parla di “un quadro normativo che sta rivoluzionando l’approccio alla salute e al benessere degli animali, sia da compagnia che di allevamento e che non potrà essere disarticolato né perdere dei pezzi”. La dimensione sovrannazionale delle malattie animali e della sicurezza alimentare “non conosce barriere e le chiusure insulari non permettono di sentirsi maggiormente al riparo di altri”. In una Europa contraddistinta da una sempre maggiore movimentazione di animali e prodotti di origine animale “disarticolare un assetto normativo faticosamente armonizzato potrebbe nuocere ai cittadini proprietari e agli operatori economici” dichiara Melosi. Si tratta di preoccupazioni espresse anche dalle organizzazioni veterinarie inglesi, che – ancora prima del voto pro-Brexit – avevano messo l’accento anche sulle possibili ripercussioni sulla libera circolazione dei professionisti e delle prestazioni veterinarie. “Una Direttiva europea – spiega Melosi – permette ai laureati in Medicina Veterinaria di vedere la propria qualifica automaticamente riconosciuta negli Stati Membri, per poter esercitare la pratica professionale. Un traguardo reso possibile da processi di armonizzazione nella formazione, che sarebbe molto grave alterare, anche per le possibili conseguenze sulla crescita comune delle scienze veterinarie e della ricerca”. Nel rispetto della volontà referendaria, l’auspicio finale dell’Anmvi è che le autorità del Regno Unito adesso gestiscano Brexit tenendo conto di questo scenario. (Comunicato)