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Domenica si apre la caccia tra “emergenza cinghiali” e denunce di illegittimità diffuse

AGGIORNAMENTO DELLE 19.58: LIGURIA, APRE IN ANTICIPO LA CACCIA AL CINGHIALE

Apre domenica, in anticipo di 4 giorni, la caccia al cinghiale in Liguria. La decisione e’ stata presa dalla giunta regionale, su richiesta dell’assessore all’Agricoltura Stefano Mai, per “venire incontro alle istanze del territorio, alle richieste del mondo agricolo pesantemente interessato dalla presenza di ungulati e per limitare – spiega l’esponente della giunta – i pericoli per la pubblica incolumita’ legati alla forte presenza di questi animali“. Associazioni del mondo agricolo e coltivatori, spiega l’assessore “ci hanno fatto molteplici segnalazioni di danni alle culture procurati dall’attivita’ particolarmente intensa dei cinghiali, il cui proliferare sta creando una situazione di pericolosita’ per gli automobilisti e per la popolazione in generale”. Il problema, chiarisce l’assessore, si e’ acutizzato in questa stagione di vendemmia, a causa “di una sempre piu’ pericolosa invasione da parte dei cinghiali delle colture vitivinicole, anche di pregio, per l’appetibilita’ rappresentata come cibo dall’uva in fase di maturazione. Anticipare di 4 giorni da calendario l’avvio della stagione venatoria – continua Mai – era l’unica misura attuabile nell’immediato per fronteggiare l’emergenza, tutelare le imprese agricole e vitivinicole e, non da ultimo, la sicurezza delle persone”. I contingenti di abbattimento proposti durante la prima Commissione tecnica faunistico venatoria che si e’ tenuta ad agosto sono: 8.136 capi nella provincia di Savona, 8.500 in quella di Genova (di cui 4.200 nell’Ambito territoriale di caccia Ge 1 e 4.300 nell’Atc Ge 2), 4.500 in quella di Imperia (di cui 3.500 nell’Atc e 1.000 nel comprensorio alpino), 3.500 nella provincia della Spezia. La caccia al cinghiale chiudera’ il 20 dicembre prossimo.

POST ORIGINALE DELLE 16.42

Domenica prende il via la stagione della caccia, al netto delle preaperture che in alcune regioni hanno già fatto imbracciare le doppiette agli appassionati. Le polemiche, invece, sono già a buon punto. A tenere banco la cosidetta “emergenza ungulati”, tanto invocata dagli agricoltori quanto contestata dagli animalisti, in nome della quale sono state innalzate le quote di selvaggina abbattibile allo scopo di contenere le popolazioni. Nei giorni scorsi i tecnici dei ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura hanno convocato “i rappresentanti delle associazioni agricole e i portatori d’interesse” per un confronto sulla questione dei cinghiali, scatenando le ire della Lav, la Lega antivivisezione, che non è stata chiamata al tavolo nonostante sia stata “individuata quale associazione di tutela ambientale dal Ministero dell’Ambiente e portatrice di interessi diffusi riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole”.

caccia1

Dal canto loro, gli agricoltori chiedono si metta “in campo lo Stato, sia dal punto di vista legislativo sia dal punto di vista operativo, attraverso il Corpo Forestale dello Stato o altre forze, per ridurre drasticamente il numero di animali che pesano sull’agricoltura e anche sulla popolazione considerato il numero di incidenti stradali ormai all’ordine del giorno”, ha detto ai ministri Galletti e Martina il presidente della Cia, Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino a proposito dell’emergenza animali selvatici.

Le associazioni animaliste Enpa, Lac e Lav hanno scritto una lettera aperta a Matteo Renzi, al ministro della Politiche Agricole, Maurizio Martina e al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, per segnalare la grave e perdurante situazione di illegittimità in materia faunistico-venatoria e il rischio di incorrere in procedure di infrazione da prte della Ue. Le regioni, infatti, sarebbero in ritardo di circa 20 anni nella “programmazione faunistico-venatoria del territorio, attraverso i piani faunistico-venatori regionali (PFVR), che costituiscono uno dei principi e uno dei cardini fondamentali della legge-quadro 157/1992”, scrivono nella lettera gli animalisti.

Anche dal Wwf giungono lamentele e segnalazioni di irregolarità. “La novità è la recente introduzione dell’articolo 21 della legge Europea, che proibisce la cattura di uccelli da utilizzare per i richiami vivi con i mezzi vietati dalla Direttiva Uccelli, tra cui reti, trappole e vischio, rendendo così impossibile la cattura di nuovi animali e avviando di fatto il superamento di questa pratica barbara. Ma non mancano criticità, come le procedure d’infrazione da parte dell’Ue, la mancanza dei piani di gestione, i casi di bracconaggio, le concessioni scandalose di molte regioni al mondo venatorio”, spiega il Wwf in un comunicato.

Gettano acqua sul fuoco e mostrano un profilo bassissimo le principali associazioni venatorie. Ricordano nel comunicato agli associati quanto sia importante godersi la giornata di attività nel massimo rispetto di tutti, consci di essere “sotto gli occhi di una società non sempre benevola” nei confronti dei cacciatori. Ma proprio per questo è importante “far comprendere che la caccia e chi la esercita possono essere un grande aiuto per il bene comune del Paese, per le sue ricchezze naturali, il territorio, la fauna e l’economia”.

Di seguito, per completezza, pubblichiamo i comunicati delle associazioni.

LAV, LEGA ANTI VIVISEZIONE/1

Anche quest’anno, domenica 20 settembre, circa 650mila (fonte: Lac) cacciatori italiani si ritroveranno pronti a imbracciare i fucili, inaugurando una nuova stagione venatoria che, prevedibilmente, tornerà a  mietere vittime tra animali ed umani. Uno scenario tragico, aggravato dallo stato di illegittimità in cui versano molte delle Regioni italiane, in grave difetto riguardo il PFVR – Piano Faunistico Venatorio Regionale – atto amministrativo che ha il compito di definire periodicamente la compatibilità tra le modalità per lo svolgimento dell’attività venatoria ed il territorio. Alla riapertura della caccia, infatti, si riscontra uno stato di irregolarità diffuso e consolidato nel tempo: molte Regioni sono dotate di PFVR vecchissimi ed obsoleti, come il Lazio, dove il piano è stato rilasciato nel 1998, oppure come il Veneto, dove questo atto deve essere rinnovato per legge ogni 5 anni, ma dal 2012 viene prorogato di anno in anno, fino ad arrivare a Regioni, come la Lombardia, che un piano non l’hanno addirittura mai avuto, in evidente violazione della normativa di riferimento, la Legge quadro nazionale n.157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica e la caccia.

Il caso del Veneto è emblematico e consente di comprendere alcune delle gravi implicazioni della mancata revisione dei Piani Faunistici Venatori. In questa Regione, infatti, il piano risale al 2007 e dalla sua scadenza, nel 2012, è stato prorogato più volte, senza subire alcuna modifica. Ciò significa che dal 2007 fino al 2016, per ben nove anni, non è stata svolta alcuna nuova valutazione dell’impatto dell’attività venatoria su questo territorio, né ci si è chiesti se le condizioni previste nel PFVR del 2007 fossero ancora sostenibili per i suoi ecosistemi. A ciò si aggiunga che il mancato rinnovo dei PFVR implica, de facto, l’impossibilità per i proprietari dei fondi agricoli di fare richiesta del divieto di caccia sui propri terreni, con una evidente limitazione del diritto di proprietà. Infatti, come disposto dalla Legge 157/92, “il proprietario o conduttore di un  fondo  che  intenda  vietare sullo stesso l’esercizio  dell’attività venatoria  deve  inoltrare, entro  trenta  giorni  dalla  pubblicazione  del  piano   faunistico-venatorio, al Presidente della Giunta  Regionale  richiesta  motivata”. Ne consegue che, senza la pubblicazione di un nuovo piano, nessuna ulteriore richiesta potrà essere avanzata.

“Per più di cinque mesi, milioni di animali innocenti saranno uccisi dai cacciatori di tutta Italia. In molti casi senza l’adeguata pianificazione prevista dalla legge, a sostegno di un’attività tanto crudele quanto anacronistica, oppure su terreni dove i cittadini non possono esercitare il loro diritto di istituire il divieto di caccia – commenta Massimo Vitturi, Responsabile del Settore Animali Selvatici della LAV – la caccia si conferma così un’attività insensata e spesso illegittima, ed è anche per questi motivi che da sempre ci battiamo perché essa venga abolita definitivamente”.

LAV/2

Il 16 settembre i Ministri dell’Ambiente, Galletti, e delle Politiche Agricole, Martina, hanno convocato i rappresentanti delle associazioni agricole oltre a non meglio precisati altri portatori d’interesse, in relazione alla gestione dei cinghiali. All’incontro non è invece stata invitata la LAV, associazione di tutela ambientale, che già dall’11 settembre scorso aveva richiesto formalmente una convocazione presso i due Ministeri.  “La LAV è individuata quale  associazione di tutela ambientale dal Ministero dell’Ambiente e portatrice di interessi diffusi riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole – precisa l’associazione – quindi ha tutta la titolarità, anche istituzionale, per potersi confrontare sul tema della gestione dei cinghiali”. L’aver ignorato la richiesta di audizione della LAV, preferendo limitarsi a parlare con gli agricoltori, è una chiara scelta di campo dei Ministeri. Una scelta che segue quella del Presidente della Commissione ambiente del Senato, che pochi giorni or sono ha incontrato le associazioni venatorie sul tema della caccia di selezione ai cinghiali. Una scelta che ignora l’opinione dell’80% dei cittadini che ancora oggi chiedono la definitiva chiusura della caccia, e che vogliono soluzioni alternative al massacro degli animali caldeggiato dai cacciatori. “Non possiamo accettare che il Governo ignori l’opinione delle maggioranza dei cittadini italiani – conclude l’associazione – abbiamo proposte concrete che vogliamo condividere con il Governo. Per questo chiediamo un intervento urgente del presidente del Consiglio Renzi, che garantisca il ripristino del confronto democratico sul tema della gestione delle popolazioni di cinghiali”. Oggi stesso la LAV invia ulteriore richiesta di audizione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

ENPA, PROTEZIONE ANIMALI

Oggi come trent’anni fa i cacciatori vengono considerati come un “serbatoio di voti”. Questo suggerisce la lettura dei calendari venatori di tante regioni, ricchi di inadempienze gravi alla legge nazionale 157/92 e al diritto comunitario (direttiva “Uccelli”). In questo scenario non manca neanche, alla vigilia dell’apertura generale del 20 settembre, un “regalo last minute” della Giunta del Molise, che, fresco di approvazione (ieri sera), dilata i tempi di caccia di diverse specie anticipandoli al 20 settembre, mentre il calendario venatorio originale stabiliva l’inizio al 1° ottobre e in base a questo requisito aveva ottenuto il parere favorevole dell’Ispra. Una modalità di deliberare, quella messa in atto dalla Regione Molise, inaccettabile per i cittadini italiani.

Anche per questo dunque ci sono almeno 10 valide ragioni per dire no una volta per tutte alla caccia:

1) Perché, oggi più che mai, è eticamente inaccettabile uccidere per divertimento;

2) Perché la società italiana ha maturato, da anni, una cultura nuova, di rispetto per gli animali. Cacciatori, arrendetevi, siete circondati: il 78,8% degli italiani (+4% sul 2014, secondo Eurispes) è contrario all’attività venatoria;

3) Perché la crisi ambientale è fortissima, gli habitat devastati, il consumo di suolo senza freni e senza una legge, come in altri Paesi europei. Lo sconvolgimento del clima ha pesanti conseguenze sulla fauna. Ci vuole del coraggio ad ammazzare per gioco animali provati o stremati da una stagione caldissima e dalla siccità;

4) Perché il declino di tante specie è grave ed in Italia, un tempo “giardino d’Europa”, si spara a ben 19 specie di avifauna in stato di conservazione sfavorevole (spec 2 e spec 3).

5) Perché molte regioni, a 20 anni da quella che doveva essere la messa a regime della legge nazionale sulla tutela della fauna e la regolamentazione della caccia, n 157/92, non hanno provveduto ad emanare i Piani Faunistico Venatori Regionali, senza i quali l’attività venatoria è illegittima.

6) Perché molte regioni hanno emanato calendari venatori per la stagione 2015-2016 prevedendo la caccia nella fase di migrazione prenuziale, di riproduzione e dipendenza dei piccoli dai genitori, in violazione della direttiva europea 147/2009 (“Uccelli”).

7) Perché la caccia comporta un devastante disturbo biologico su tutte le specie,anche quelle che non sono oggetto di spari, in quanto sconvolge i normali ritmi di vita, compresa la possibilità di ricerca del cibo.

8) Perché la caccia continua ad avvelenare l’ambiente con il piombo delle cartucce. Viola il diritto dei cittadini alla proprietà privata grazie al mostro giuridico rappresentato dall’art.842 del Codice Civile, che permette l’ingresso dei cacciatori nei fondi privati.

9) Perché nella sola stagione venatoria 2014-2015 la caccia ha causato la morte o il ferimento di oltre 80 persone (dati Associazione Vittime della Caccia), colpite da armi di portata devastante, come quelle impiegate nella caccia al cinghiale: un problema di sicurezza per la pubblica incolumità.

10) Perché i cacciatori, la cui età media è ormai elevatissima hanno una crescente probabilità di causare “incidenti” venatori, oltreché di restarne vittima.

ENPA, LAV E LAC

Alla vigilia dell’apertura della stagione di caccia 2015-2016 le associazioni animaliste Enpa, Lac e Lav si rivolgono con una lettera aperta al Premier, Matteo Renzi, al Ministro della Politiche Agricole, Maurizio Martina e al Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, per segnalare la grave e perdurante situazione di illegittimità in materia faunistico-venatoria.

«Signor Presidente, ci rivolgiamo a Lei quale primo depositario e custode del patrimonio naturalistico e della fauna del nostro Paese. L’Italia ha il dovere di esercitare la tutela della biodiversità anche nei riguardi dell’Unione Europea e del Pianeta tutto per il bene comune rappresentato dalla “rete del vivente”. Oggi il nostro Paese a questo compito mal risponde e l’emergenza che desideriamo segnalare a Lei, al Ministro dell’Ambiente e al Ministro delle Politiche Agricole, lo testimonia in modo eloquente. Ci riferiamo alle gravi e diffuse inadempienze alla normativa nazionale da parte delle Regioni sulla programmazione faunistico-venatoria del territorio, attraverso i piani faunistico-venatori regionali (PFVR), che costituiscono uno dei principi e uno dei cardini fondamentali della legge-quadro 157/1992, e che sono in primo luogo uno strumento di conservazione, come recita l’articolo 10 comma 1° della legge medesima», scrivono le associazioni.

Tale programmazione sarebbe dovuta entrare a regime dalla stagione venatoria 1994-1995, in tutti i suoi aspetti. Ma oggi, a distanza di venti anni, lo scenario è assai grave. «Tutti noi sappiamo quali profonde, radicali modifiche abbia subito la nostra Italia in questi anni, per il consumo di suolo, la distruzione degli habitat, l’inquinamento, l’azione degli incendi, la siccità ed altri devastanti fattori. Lombardia, Piemonte, Lazio, Molise, Basilicata, Sardegna ed altre Regioni – proseguono Enpa Lac e Lav -hanno piani regionali vecchissimi, o, addirittura, non ne hanno affatto, mentre la normativa nazionale prevede il loro rinnovo ogni cinque anni, anche affinché l’attività venatoria sia esercitata solo in base alle reali condizioni ambientali del territorio, delle popolazioni selvatiche e sia dunque davvero sostenibile. Il Friuli, ad esempio, si è dato soltanto due mesi fa il suo primo PFVR».

Senza questo strumento, come ha riconosciuto anche la magistratura, non è legittimo cacciare e non bastano i piani provinciali a costruire un sistema coerente che può essere stabilito solo a livello regionale. In questi anni dunque si è consumata una condizione di illegittimità degli spari, di forte danno ambientale, di frustrazione dei diritti dei cittadini, che vorrebbero escludere dalla programmazione della caccia i loro terreni. E tante aperture anticipate della stagioni venatorie sono state adottate fuori dalla legge.

«Signor Presidente, signori Ministri – conclude la lettera delle associazioni – chiediamo un forte intervento sulle amministrazioni regionali perché vengano ristabiliti il diritto e la tutela della fauna e dell’ambiente. La mancanza della programmazione faunistico-venatoria del territorio è un’ulteriore conferma dell’insostenibilità della caccia nel nostro Paese, quella insostenibilità su cui siamo stati nuovamente chiamati a rispondere lo scorso anno dall’Unione Europea con l’avvio di una procedura PILOT, che generalmente rappresenta la fase propedeutica ad una procedura d’infrazione».

WWF ITALIA

Domenica 20 settembre riapre la stagione venatoria, anche se in realtà i primi colpi sono stati sparati, grazie alla pessima pratica delle preaperture in molte Regioni, ricorda il WWF Italia.
La novità è la recente introduzione dell’articolo 21 della legge Europea, che proibisce la cattura di uccelli da utilizzare per i richiami vivi con i mezzi vietati dalla Direttiva Uccelli, tra cui reti, trappole e vischio, rendendo così impossibile la cattura di nuovi animali e avviando di fatto il superamento di questa pratica barbara. Ma non mancano criticità, come le procedure d’infrazione da parte dell’UE, la mancanza dei piani di gestione, i casi di bracconaggio, le concessioni scandalose di molte regioni al mondo venatorio.

Dall’Europa continuano ad arrivare procedure di infrazione e condanne per il mancato rispetto della Direttiva 2009/147/CE sulla conservazione degli uccelli selvatici. E, se dal Governo arrivano timidi segnali di allineamento ai principi di conservazione e tutela della biodiversità e della fauna selvatica, con una decisione del Consiglio dei Ministri di chiusura anticipata dell’attività venatoria dal 20 gennaio alle tre specie migratrici tordo bottaccio, cesena e beccaccia (“atto dovuto” da parte del Governo per rispondere all’avvio di un’ennesima procedura di infrazione Europea), dalla maggioranza delle regioni italiane si registrano ancora troppe decisioni sulla caccia in violazione delle norme comunitarie.

Una procedura d’infrazione (la numero 2131/2006) è tuttora aperta e perdura l’inottemperanza alla sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia Europea per la mancata applicazione, nei calendari venatori regionali, delle modifiche normative introdotte nella legge n. 157/92, in particolare circa il divieto di caccia durante i periodi della migrazione prenuziale, della nidificazione, della riproduzione e della dipendenza dei piccoli dai genitori.

Si tratta di periodi particolarmente delicati nel ciclo biologico degli animali selvatici che,   soprattutto a causa dei cambiamenti climatici, hanno modificato in molti casi le abitudini riproduttive e migratorie, con il forte il rischio di avviare la stagione venatoria in piena migrazione degli uccelli. Secondo la Commissione Europea ben “19 specie di uccelli in stato di conservazione non favorevole sono cacciate in Italia in assenza di piani di gestione /conservazione e che 9 specie di uccelli sono cacciate in Italia in fase di migrazione prenuziale (…)”. Sui calendari venatori e l’elenco di specie cacciabili, il WWF chiede al Governo di intervenire e mettere in atto quel potere sostitutivo straordinario in materia di attività venatoria (previsto dall’ art. 8 comma 4, Legge 5.6.2003 n. 131), con cui il Governo può e deve prendere, al posto delle regioni, quelle decisioni che le stesse   continuano a non attuare, e che l’Europa ci chiede e ci impone.

Come denunciato nei mesi scorsi dal dossier WWF “Natura connection”, nell’ambito della campagna internazionale “Stop ai crimini di natura (http://criminidinatura.wwf.it ), l’Italia è ancora terra di bracconaggio, legato ad assurde “tradizioni”. Nei giorni scorsi nel bresciano è stato denunciato un bracconiere privo di licenza di caccia che in casa aveva oltre duecento uccellini morti spennati nel freezer (tra cui balie nere e usignoli), oltre a richiami acustici vietati e 1.100 cartucce non denunciate.

Al CRAS (centro recupero animali selvatici) WWF di Valpredina (BG) sono arrivate nei giorni scorsi due poiane con ferite d’arma da fuoco: le radiografie hanno segnalato la presenza di pallini da caccia nella testa di un esemplare, e nell’ala destra del secondo. Molti i verbali e sequestri di armi e munizioni ai danni di bracconieri sono stati fatti in Campania dal Nucleo delle guardie WWF di Salerno nelle giornate di preapertura. Contro questa intensa attività criminale il WWF Italia schiera ogni anno circa 350 Guardie volontarie, impegnate nel combattere questo fenomeno e a vigilare sul rispetto della normativa venatoria, in stretta collaborazione le forze dell’ordine e le altre associazioni ambientaliste e animaliste (vedi scheda allegata): ma non basta.

L’Associazione chiede a Governo e Parlamento nuove sanzioni penali nella forma di “delitti ” che prevedano pene, sia detentive sia pecuniarie, più severe e realmente adeguate alla gravità delle uccisioni di animali selvatici rari e protetti, delle loro catture illegali e del loro commercio illecito. Dopo l’inserimento dei “Delitti contro l’ambiente” nel codice penale, di portata storica, manca infatti una parte importante per la tutela della fauna selvatica. Il WWF chiede, inoltre che le regioni si adeguino finalmente alle norme europee ed internazionali sull’attività venatoria e la tutela della fauna selvatica, per arrivare almeno ad una vera “caccia sostenibile”.

Alcuni casi emblematici: 1. Lombardia -Anche quest’anno la Regione Lombardia permetterà l’uccisione giornaliera di 20 allodole per cacciatore, ignorando sia il parere Ispra che l’appello delle associazioni ambientaliste. La specie, di pochi grammi di peso, in pochi anni ha perso l’80% delle coppie nidificanti in regione mentre la popolazione europea è in continua e costante diminuzione, tanto da essere inserita nell’elenco delle specie europee in declino. 2. Abruzzo – Il WWF denuncia il tentativo di rendere cacciabili cervo e capriolo attraverso le modifiche alla Legge regionale sulla gestione faunistico-venatoria degli ungulati (venendo incontro alle richieste delle associazioni venatorie). Il WWF ribadisce la richiesta ai consiglieri regionali di ritirare la modifica del Regolamento introdotta nello scorso agosto e di riavviare il confronto sulle strategie di gestione della fauna che non può essere affidata al mondo venatorio.

LAC, LEGA ABOLIZIONE CACCIA

Nell’imminenza dell’apertura generale della stagione venatoria, fissata per un’ora prima dell’alba di domenica 20 settembre, la Lega per l’Abolizione della Caccia (LAC) evidenzia le incongruenze di un passatempo ormai considerato anacronistico dalla stragrande maggioranza degli Italiani. Passa spesso sotto silenzio il fatto che il numero dei nuovi cacciatori sia inferiore di anno in anno al numero di coloro che non rinnovano più la licenza; da diversi anni l’ISTAT ha cessato di pubblicare le statistiche suddivise per Regione del numero dei cacciatori, anche se è risaputo che il loro numero complessivo in Italia si aggira ormai sulle 650.000 unità, a dispetto di altre cifre propagandistiche più roboanti; un declino inarrestabile dalla fine degli anni ’70  (negli anni ’60 il numero dei cacciatori italiani era il triplo di quello attuale). Si evidenzia quest’anno il caos e lo “spezzatino” in materia di vigilanza, provocato dalla legge “Delrio” 56/2014 in materia di riordino delle funzioni provinciali, e dalla successiva legge 125/2015 di conversione del decreto-legge “enti locali”, che provocheranno a partire dal prossimo novembre una complicata diaspora del personale di vigilanza venatoria delle polizie provinciali, in direzione di Regioni, polizie municipali, o nell’ambito di quote di personale di polizia provinciale che rimarranno alle dipendenze degli enti di area vasta; queste norme scoordinate avranno l’effetto pratico di dimezzare il numero complessivo  delle storiche figure di guardiacaccia pubblici, già soggette al sesto anno di blocco del turn-over.

La Lega per l’Abolizione Caccia cerca di tutelare anche i proprietari e dei conduttori dei fondi (compresi nell’ l’80% del territorio agro-silvo-pastorale ove si svolge la caccia), per azioni risarcitorie nei confronti delle giunte regionali che da oltre 20 anni ignorano una norma statale sulla corresponsione del c.d. “canone venatorio”. Nessuna Regione, infatti, ha mai dato effettiva attuazione all’art. 15 della legge nazionale n.157 del 1992 sulla disciplina della caccia. La disposizione, ai fini della gestione programmata della caccia, impone che sia “dovuto ai proprietari o conduttori un contributo da determinarsi a cura della amministrazione regionale in relazione alla estensione, alle condizioni agronomiche, alle misure dirette alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente” ; una spesa a cui si dovrebbe far fronte con gli importi delle tasse di concessione venatoria regionali, ma a cui le Regioni stesse non hanno mai adempiuto. In sostanza i cacciatori, dal 1992, vanno a caccia  su 18 milioni di ettari di terreni rurali altrui, quando attraverso le Regioni e le tasse di concessione venatoria regionali avrebbero indirettamente dovuto pagare i proprietari e conduttori fondiari per fruire della sosta e del transito armato nei  terreni privati , al fine di abbattere gli animali selvatici cacciabili (che mentre sono in libertà sono di proprietà dello Stato).

Un sondaggio IPSOS del febbraio 2010 in 13 regioni alla vigilia del voto amministrativo aveva fornito l’esito di un 70% di intervistati “Fortemente contrario alla caccia” ) in particolare tra donne, laureati, impiegati, casalinghe, giovani tra i 18 e i 24 anni).

CIA, CONFEDERAZIONE AGRICOLTORI

“Mettiamo in campo lo Stato sia dal punto di vista legislativo sia dal punto di vista operativo, attraverso il Corpo Forestale dello Stato o altre forze, per ridurre drasticamente il numero di animali che pesano sull’agricoltura e anche sulla popolazione considerato il numero di incidenti stradali ormai all’ordine del giorno”. Così il presidente della Cia – Confederazione italiana agricoltori Dino Scanavino a proposito dell’emergenza animali selvatici. “Il tema degli animali selvatici – spiega Scanavino a margine della firma del protocollo d’intesa con l’Enci – Ente nazionale della cinofilia italiana per attivare progetti e sinergie comuni – riguarda ungulati, nocivi, cioè nutrie e altri, e predatori, quindi i lupi. Abbiamo tre categorie di animali che incidono pesantemente sul reddito degli agricoltori“.
Nel dettaglio, “crediamo che rispetto ai selvatici da caccia, quindi cinghiali ungulati, non sia possibile affidare ai cacciatori il compito di ridurre sensibilmente il numero di questi animali”. In primo luogo, spiega, “perché la caccia continua a essere un’attività sportiva” quindi “lo Stato deve intervenire con strumenti e strutture diverse”. Poi, “occorre modificare la legge 157 sulla caccia che prevede norme per la `tutela´ della selvaggina mentre si dovrebbe parlare di `gestione´ della selvaggina”. “E’ il nostro cavallo di battaglia – conclude Scanavino – non ci fermeremo finché non avremo risposte chiare rispetto a un progetto di riduzione della presenza di selvatici invasivi e predatori perché gli agricoltori devono poter raccogliere quello che seminano”. (Kronos)
ARCICACCIA, ENALCACCIA, FIDC, ANUUMIGRATORISTI, EPS, CNCN

“Raccomandiamo la massima attenzione alla sicurezza, sempre e comunque. Nostra e degli altri. Rispettiamo e facciamo rispettare le regole che guidano la nostra attivita’”. E’ l’appello delle associazioni venatorie a poche ore dall’avvio della stagione. “In questa vigilia – scrivono FIdC – Enalcaccia – ANUUMigratoristi – Arci Caccia – Eps – CNCN – pensiamo soprattutto a goderci una bella giornata per le emozioni che determina la passione per la natura vissuta positivamente, per la cultura e la civilta’ che sono nell’ars venandi”. “Prestiamo attenzione – proseguono – a dove ci portano i nostri passi e dove i nostri ausiliari cercano la selvaggina, consapevoli che sul terreno che calpestiamo siamo ospiti di chi ci lavora e con sempre maggior fatica ne trae sostentamento e reddito, spesso guardando proprio a noi come un amico – che vuole sempre di piu’ essere tale – che l’aiuta a contenere selvatici invadenti che lo mettono a rischio. Ricordiamoci sempre che siamo sotto gli occhi di una societa’ non sempre benevola nei nostri confronti. A noi il compito di far comprendere che la caccia e chi la esercita possono essere un grande aiuto per il bene comune del Paese, per le sue ricchezze naturali, il territorio, la fauna e l’economia. Anche con il comportamento e la pratica, secondo i dettami di un’etica e di valori antichi, pur aggiornati a necessita’ e sensibilita’ moderne”. (Kronos)