In Giappone le uova, per decenni sinonimo di stabilità dei prezzi, restano su livelli eccezionalmente elevati e la tensione rischia di trasformarsi in un problema strutturale per consumatori e settore della ristorazione. I dati tracciati dal ministero dell’Agricoltura in quasi 500 punti vendita parlano chiaro: il prezzo medio di una confezione da dieci uova ha raggiunto i 309 yen (1,70 euro) eguagliando il massimo storico. Il tema ha un peso particolare nel Paese del Sol Levante perché l’uovo non è semplicemente un ingrediente; è un pilastro culturale e nutrizionale, presente a ogni pasto e in ogni fascia di prezzo: dalla frittata arrotolata del tamagoyaki, all’uovo marinato nella zuppa di ramen, fino agli onigiri e ai pranzi economici dei bento, rappresentando la fonte proteica più accessibile e il vero tessuto connettivo della dieta quotidiana. La situazione ha contorni paradossali in alcuni supermercati della capitale. Come riferisce lo Yomiuri Shimbun, per fidelizzare i clienti diverse insegne propongono confezioni a 88 yen, vendendo in perdita e compensando con tagli a pubblicità e personale. Più pesante l’impatto sulle shokudo, le tradizionali tavole calde, e sui piccoli esercizi commerciali, già alle prese con il rincaro delle materie prime e la carenza di manodopera.
NEL 2022 ABBATTUTI QUASI 18 MILIONI DI VOLATILI PER I FOCOLAI DI AVIARIA
All’origine dei rincari c’è l’aumento dei costi di produzione, in particolare dei mangimi importati. La Federazione nazionale delle cooperative agricole ha annunciato per il trimestre ottobre-dicembre un ulteriore aumento di circa 3.200 yen a tonnellata, il quarto consecutivo. Sui prezzi pesano le tensioni in Medio Oriente e la persistente debolezza dello yen, che rende più oneroso l’approvvigionamento dall’estero. A complicare il quadro c’è il rischio dell’influenza aviaria. Con l’avvicinarsi dell’inverno, stagione in cui la domanda raggiunge il picco per le festività, il settore teme nuovi focolai: il Giappone registra epidemie da sei stagioni consecutive e il mercato ricorda ancora la crisi del 2022, quando l’abbattimento di oltre 17,7 milioni di volatili costrinse molte aziende a sospendere la produzione di derivati. Per mitigare il rischio, l’industria si sta muovendo su più fronti, e punta a diversificare le forniture. Il colosso alimentare della maionese Kewpie, che consuma 250.000 tonnellate di uova l’anno, ha iniziato a importare anche dal Brasile. Si cerca anche di ottimizzare la distribuzione puntando sulle uova liquide e surgelate, che garantiscono una conservazione più lunga e una maggiore resilienza della filiera. Sul fronte della prevenzione il governo sta valutando l’introduzione di vaccini contro l’influenza aviaria. Per gli osservatori la vicenda è il termometro di una fragilità più ampia, mostrando come la sicurezza alimentare, anche nei Paesi più avanzati, resti appesa ai mercati globali e agli equilibri geopolitici. (Ansa)
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