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Green Hill, la Cassazione conferma le condanne per i vertici dell’allevamento dei beagle

AGGIORNAMENTO DEL 4 OTTOBRE 2017 IN CODA – LE REAZIONI ALLA SENTENZA DEGLI ANIMALISTI

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POST ORIGINALE

La Cassazione ha confermato le condanne per i vertici di Green Hill, l’allevamento di cani beagle chiuso a Montichiari, nel bresciano, nell’estate del 2012. Sono stati confermati un anno e sei mesi per Ghislane Rondot, co-gestore della struttura, e per il veterinario Renzo Graziosi, e un anno per il direttore dell’allevamento Roberto Bravi, per “maltrattamenti e uccisioni senza necessità”. Secondo le accuse, nell’allevamento si praticava “l’eutanasia in modo disinvolto, preferendo sopprimere i cani piuttosto che curarli”. La politica aziendale, inoltre, sempre secondo l’accusa, “andava in senso diametralmente opposto alle norme comunitarie e nazionali”. “È stata una battaglia culturale prima che processuale dall’esito per nulla scontato. Il processo Green Hill non ha solo accertato condotte penalmente rilevanti, ma è stata l’affermazione di principi di civiltà”, è il commento del sostituto procuratore Ambrogio Cassiani. L’allevamento di quasi 3mila cani era stato messo sotto sequestro nell’estate del 2012 pochi mesi dopo il blitz degli animalisti che avevano liberato molti cuccioli (nella foto sopra).

LE PROSSIME TAPPE

Chiuso definitivamente il troncone principale, il caso Green Hill, però, non si esaurisce. Il 22 novembre infatti la vicenda approderà nuovamente in un’aula di tribunale per il secondo filone dell’inchiesta. A Brescia, per quel giorno, è attesa infatti la sentenza nei confronti di due veterinari dell’Ats e tre ex dipendenti dell’allevamento di cani Beagle imputati a processo. Chiesta una condanna a due anni per i due veterinari, accusati a vario titolo di concorso in maltrattamento e uccisione di animali, falsa testimonianza, omessa denuncia e falso ideologico. Chiesta dal pm invece la condanna a 10 mesi per i tre dipendenti accusati di falsa testimonianza. È invece in attesa di fissazione l’udienza d’Appello per 12 dei tredici animalisti condannati in primo grado, a vario titolo per furto, rapina, lesioni e resistenza al pubblico ufficiale, per il blitz del 28 aprile 2012 quando, al termine di una manifestazione, fecero irruzione nei capannoni di Green Hill per liberare alcuni beagle presenti nella struttura che venne posta sotto sequestro e poi chiusa definitivamente qualche mese dopo.

LE RAGIONI DELLA SOCIETA’

Nei giorni scorsi, in vista del verdetto, la società aveva fatto sapere di ribadire la totale fiducia nel lavoro della magistratura pur rivendicando “l’estraneità alle accuse che non fanno riferimento a maltrattamenti comunemente intesi come hanno volutamente fatto intendere alcune campagne animaliste, ma riguardano comportamenti e azioni messe in essere non conformi alle caratteristiche etologiche dei cani di razza beagle”. La multinazionale americana Marshall, proprietaria di Green Hill, nel novembre 2016 ha annunciato l’intenzione di vendere la struttura e abbandonare l’Italia, ritenendosi danneggiata dalla direttiva sulla sperimentazione scientifica.

LA SODDISFAZIONE ANIMALISTA

Soddisfatti dal verdetto gli animalisti. Il presidente di Enpa Milano, Ermanno Giudici, ha commentato: “Quando le indagini sono fatte bene e il pubblico ministero si convince gli animali hanno una tutela, nei limiti che purtroppo le leggi hanno” mentre Rinaldo Sidoli, responsabile del centro studi del Movimento animalista, ha twittato: “Una vittoria per i 2.639 Beagle”. Gianluca Felicetti, presidente di Lav, ha scritto sempre sul social network: “Abbiamo battuto Green Hill anche in Corte di Cassazione! Definitivi condanne a 4 anni di reclusione per responsabili e salvezza 3000 beagle!”. La Lega antivivisezione, in un comunicato, sottolinea come “la Corte di Cassazione ha definitivamente smantellato il teorema del cane-prodotto ‘da laboratorio’ e ‘usa e getta’” e abbia fornito “una interpretazione innovativa e lungimirante, che pone in nostro Paese in una posizione di assoluta avanguardia, orientandolo al rispetto delle esigenze etologiche anche in cani allevati e destinati ad uso sperimentale”. “Una vittoria  storica che segna finalmente un netto cambio di direzione” commenta la presidente nazionale di Enpa, Carla Rocchi, anche se “restano l’amarezza e il dolore per le tante sofferenza inflitte a queste povere creature”. Enpa, come Lav, era parte civile al processo contro Green Hill.

AGGIORNAMENTO DEL 4 OTTOBRE 2017

Arrivano le reazioni delle associazioni animaliste alla senteza della Cassazione: Michele Pezone, Legale e Responsabile Diritti Animali di LNDC, commenta così: “Con questa sentenza della Cassazione si chiude una vicenda processuale di portata storica, che ha dimostrato che il lavoro congiunto delle associazioni può portare a risultati insperabili”. Il Presidente di Animalisti Italiani Onlus, Walter Caporale, esulta: “E’ un giorno importantissimo perché, finalmente, la giustizia ha dimostrato che chi maltratta gratuitamente delle creature innocenti, che si tratti di esseri umani o di animali, deve pagare per ciò che fa” e cita Martin Luther King: “Fino a che tutti non sono liberi, nessuno è libero”.

(nella foto sotto ANSA/ SIMONE VENEZIA, persone in attesa della sentenza del processo Green Hill davanti al tribunale di Brescia, 23 gennaio 2015)

Persone in attesa della sentenza del processo Green Hill davanti al tribunale di Brescia, 23 gennaio 2015. La prima sezione penale del tribunale di Brescia ha condannato tre dei quattro imputati nel processo Green Hill. Condannati ad un anno e sei mesi Ghislane Rondot, co-gestore di Green Hill 2001 della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group, e Renzo Graziosi, veterinario. Un anno al direttore Roberto Bravi. ANSA/ SIMONE VENEZIA

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