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Il “business” dei canili fa gola all’ndrangheta: 11 misure cautelari

AGGIORNAMENTO DEL 22 GIUGNO 2018 IN CODA – IL COMMENTO DI LAV E OIPA

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POST ORIGINALE

Il “business” della gestione dei canili. Non tralascia nulla la ‘ndrangheta per acquisire potere e ricchezza. Anche un settore apparentemente poco redditizio come la custodia e l’assistenza dei cani randagi può fare gola alle cosche ed ai loro molteplici interessi. A scoprirlo é stata la Polizia di Stato, con un’operazione condotta dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Bovalino e denominata “Happy Dog”, sotto le direttive della Dda, diretta da Giovanni Bombardieri, al suo “battesimo” con un’inchiesta di ‘ndrangheta dopo il suo recente insediamento alla guida della Procura antimafia reggina. Sono stati eseguiti 11 provvedimenti: sette ordinanze di custodia cautelare, tre in carcere e quattro ai domiciliari; tre obblighi di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria ed un obbligo di dimora.

UOMINI DI UNA COSCA INFILTRATI NEL SETTORE DEI CANILI

L’inchiesta ha consentito di accertare l’infiltrazione nel settore canino di persone ritenute vicine alla cosca Zagari-Fazzalari-Viola della ‘ndrangheta, con conseguente condizionamento degli appalti indetti dal Comune di Taurianova per l’assegnazione dei servizi di custodia e assistenza nei canili privati. Dall’indagine sono emerse anche le presunte intimidazioni e le estorsioni ai danni di un imprenditore del settore della custodia canina, “colpevole” di essersi aggiudicato l’appalto bandito dal Comune di Taurianova e fatto oggetto di pesanti campagne mediatiche e denigratorie, con il concorso di trasmissioni televisive locali e nazionali. Contestualmente, per lo stesso motivo, lo stesso imprenditore sarebbe stato vessato anche da persone vicine alle cosche di Platì e Sant’Ilario sullo Ionio.

COINVOLTI ANCHE DIRIGENTI VETERINARI E ANIMALISTI

Un doppio, insopportabile “pressing” il cui scopo era la sua rinuncia all’appalto di Taurianova in favore della “Happy Dog”, la società dei fratelli Francesco e Antonio Fava che era stata affidataria del servizio fino a quando non era stata estromessa dalla partecipazione alla nuova gara a causa di un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Reggio Calabria in quanto i titolari erano ritenuti contigui alla cosca Fazzalari-Zagari-Viola. L’imprenditore, stanco delle intimidazioni messe in atto ai suoi danni sin dal 2014, ha deciso ad un certo punto di rivelare tutto alla Polizia. Dall’inchiesta é emerso anche il coinvolgimento nell'”affair” canili del direttore del Servizio veterinario dell’Asp di Reggio Calabria, Antonino Ammendola; del dirigente del Servizio veterinario di Locri, Vincenzo Brizzi, e di Maria Antonia Catania, rappresentante per la Piana di Gioia Tauro dell’associazione “Animalisti italiani”, finiti tutti ai domiciliari. La onlus, con un comunicato, si é affrettata a prendere le distanze dalla sua rappresentante indagata, sottolineando di essere “assolutamente estranea” ai fatti contestati. (Ansa)

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AGGIORNAMENTO DEL 22 GIUGNO 2018 – IL COMMENTO DI LAV

“Un’operazione che conferma quanto il business del randagismo rappresenti una vera manna per trafficanti, imbroglioni e malavitosi, confermando l’interesse delle cosche ‘ndranghetiste verso traffici criminali che coinvolgono gli animali”, commenta Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Zoomafia Lav. “Non è la prima volta – scrive Lav – che si registrano interessi da parte della criminalità organizzata per l’accaparramento delle convenzioni per i canili. Nell’inchiesta Mafia Capitale è emerso che il sistema di controllo degli appalti aveva preso di mira anche la gestione dei canili e relative convenzioni con il Comune di Roma: un affare di circa 4 milioni all’anno, per la custodia e il mantenimento degli animali ospitati nelle strutture pubbliche. L’interesse della criminalità organizzata nel business del randagismo, un fenomeno che denunciamo da molti anni, contribuisce purtroppo ad impedire una soluzione del problema dei cani vaganti sul territorio, soprattutto nel Sud Italia. Queste infiltrazioni criminali nei traffici a danno di animali non devono sorprendere poiché la criminalità organizzata è un fenomeno totalitario e come tale tenta di monopolizzare e controllare qualsiasi affare attraverso il controllo del territorio, dei traffici illegali, inclusi quelli legati all’ambiente e agli animali. – prosegue Troiano – È ormai un dato acquisito che nella questione criminale, intesa nella sua accezione più ampia, rientrano pienamente condotte delinquenziali che usano gli animali come strumento per giungere a introiti e proventi illeciti. In questo contesto gli animali entrano prepotentemente nel discorso sulla sicurezza e, in generale, nell’analisi criminologica”. Tra i vari business criminali nei quali sono coinvolte alcune ‘ndrine, infatti, si registrano il controllo della vendita del pesce e dei mercati ittici, le corse clandestine di cavalli, il bracconaggio e la cattura di fauna selvatica, l’abigeato e la macellazione clandestina.

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AGGIORNAMENTO DEL 22 GIUGNO 2018 – IL COMMENTO DI OIPA

In un mondo in cui tutto diventa un business, anche i cani randagi sono una nicchia di mercato molto interessante per le organizzazioni criminali. L’OIPA da anni sostiene che l’unica strada per mettere un mattone importante nella strada diretta ad una corretta gestione del fenomeno del randagismo canino è rappresentata dalla gestione comunale dei canili, così come previsto dalla legge 281/91. Non è infatti prevista alcuna deroga che dia ai Comuni la possibilità di convenzionarsi con aziende private, anzi, la medesima norma prevede la presenza delle associazioni animaliste – serie e accreditate – per favorire le adozioni. Il nostro plauso va quindi alle forze dell’ordine, coordinate dalla Procura della Repubblica, che hanno smantellato una rete di illegalità ormai consolidata. Oltre a riservarci di costituirci parte civile nei procedimenti che si instaureranno chiediamo che, al fine di evitare il perpetrarsi di situazioni analoghe, venga reso permanente il tavolo tecnico riunitosi tre anni fa presso il Ministero della Salute, che ha visto la collaborazione delle principali associazioni animaliste nazionali e delle Asl veterinarie e rappresenterebbe un efficace strumento di monitoraggio e segnalazione in tempo reale delle criticità sul territorio.